
Sono passati due giorni dall’11 settembre.
Due giorni in cui il mio pensiero è tornato spesso là, a New York, dove ancora una volta le immagini delle Torri Gemelle ci vengono riproposte da televisioni, giornali e social, “per non dimenticare”.
Come se ci fosse davvero la possibilità di dimenticare.
Ci sono date che diventano qualcosa di più di una data. Entrano nella nostra memoria personale, si incastrano nei ricordi che avevamo prima e in quelli che abbiamo costruito dopo.
L’11 settembre 2001 è una di quelle.
Torniamo lì ogni volta che qualcuno pronuncia quella data, perché, come succede per tutti i fatti epocali, ognuno di noi ricorda dov’era e cosa stava facendo quel giorno.
Da allora il mondo è cambiato. Tutti noi, in qualche modo, siamo cambiati.
Il mio ricordo delle Torri Gemelle
Il mio ricordo delle Torri Gemelle, però, comincia molto prima di diventare simbolo di una tragedia.
Comincia nel 1994.
Avevo tredici anni. Era il mio primo viaggio oltreoceano, la prima volta che vedevo una città così grande, così verticale, così diversa da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora.


Ho ben chiaro quell’effetto strano di sentirmi minuscola ai piedi dei grattacieli.
Passavo le giornate con il naso all’insù. Sdraiata a terra per trovare l’inquadratura giusta. Rimanevo incollata alle vetrate dell’hotel a osservare quel movimento continuo, quel formicaio umano che non si fermava mai.
Era come stare dentro un set cinematografico.
Amavo i film americani, le serie televisive, tutto quanto arrivava da quell’America che avevo imparato a conoscere attraverso uno schermo. Tenevo ogni cosa, anche le bustine vuote dello zucchero per attaccarle nel diario di scuola.
Avevo anche una profondissima e assolutamente segreta cotta adolescenziale per il ragazzo, figlio degli amici di famiglia con cui spesso viaggiavamo insieme.
Ma questa è un’altra storia.
O forse no.
Perché oggi mi accorgo che i ricordi non stanno mai davvero al loro posto.
Si mescolano, si sovrappongono, si tengono per mano.
Top of the Word Observation
Ricordo tutto della visita alle Torri Gemelle.
La porta di vetro girevole. L’enorme atrio. Il percorso per arrivare agli ascensori.
Le orecchie che si tappavano mentre si saliva velocissimi e i numeri dei piani che scorrevano sul display.
Il Top of the World Observation Deck, sulla Torre Sud, al 107° piano.


Un enorme spazio con vetrate vertiginose e la possibilità di uscire sulla piattaforma panoramica all’aperto, sul tetto. Per motivi di sicurezza, la zona accessibile ai visitatori era rialzata e arretrata rispetto al bordo, circondata da alte barriere protettive e recinzioni.
Quel vento forte, l’aria gelida di dicembre che ci travolse. Io che mi stringevo a mia mamma e alla sua pelliccia.
Ad alcune pareti dell’area interna erano appesi dei quadri astratti che mi avevano affascinata moltissimo: bisognava fissarli a lungo per riuscire a vedere l’immagine tridimensionale all’interno.
Tornai a casa con uno zaino pieno di quelle riproduzioni in piccolo formato. Passavo ore a cercare di vedere le figure nascoste. Non sempre ci riuscivo.
È incredibile quello che può fare la mente.
Non so cosa ho mangiato ieri, ma a distanza di tanti anni riesco ancora a ricordare alcuni volti.
La signora che spiegava quei quadri. Il giovane che preparava i caffè. Piccoli frammenti di una giornata qualunque.
Viaggiare con papà significava anche concedersi qualche eccesso.
Non perché navigassimo nell’oro. Anzi.
Ma aveva quella consapevolezza che ho imparato a capire molto meglio crescendo: alcune esperienze possono diventare emozioni eterne.
Come quel volo in elicottero sul cielo di Manhattan. Eravamo in sei. E urlavamo tutti come matti.
Io divisa tra adrenalina e terrore. Papà che fingeva di non avere paura, ma alle acrobazie del pilota si rannicchiava tutto. Esattamente come faccio io oggi con le turbolenze in aereo.


Volammo sopra Manhattan e vicino alle Twin Towers. Scattammo fotografie fino a riempire interi rullini e le nostre videocamere riprendevano ogni cosa. Ero semplicemente una ragazzina che guardava quelle due torri enormi e pensava che sarebbero state lì per sempre.
Poi arrivò l’11 settembre 2001.
Quelle immagini. L’incredulità. Il silenzio.
Quel senso di irrealtà che è difficile da spiegare a chi non l’ha vissuto.
Davanti a quei vuoti enormi. Davanti all’acqua che scorre. Davanti a quei nomi incisi nel metallo.
Il vuoto delle Torri Gemelle

Sono tornata a New York nel 2014.
E la prima cosa che ho voluto fare è stata andare a Ground Zero.
Non so se esista un modo per prepararsi a quello che si prova arrivando lì.
Credo di no.
Puoi aver visto mille fotografie. Puoi conoscere ogni dettaglio. Puoi aver seguito quella storia per anni.
Ma niente ti prepara davvero.
Ho scorso i nomi con le dita e con gli occhi ho rivolto una preghiera.
Mi sono commossa più volte nell’osservare i parenti delle vittime, persone venute lì per portare un fiore. Mentre io ero una turista con la fotocamera in mano.
Loro erano lì per qualcuno che non ha più fatto ritorno a casa.



Oggi quel luogo è il 9/11 Memorial & Museum con il nuovo One World Trade Center, il grattacielo che domina lo skyline di Manhattan.
Il Memorial, con le due grandi vasche che occupano lo spazio dove sorgevano le Torri Gemelle, è gratuito e aperto al pubblico tutti i giorni dalle 8 alle 20. Il Museo ripercorre invece la storia degli attentati attraverso fotografie, testimonianze, oggetti e reperti e richiede un biglietto.
Informazioni che possono essere utili se state organizzando una visita.
Venticinque anni dopo
Per questo 25° anniversario, New York ha fatto una cosa che, a guardarla, sembra quasi impossibile.
Nella notte del 9 settembre, 2.977 luci hanno riempito il cielo sopra il porto di New York: una per ciascuna delle persone uccise negli attentati dell’11 settembre.

Le luci dei droni si sono sollevate nel buio e, lentamente, hanno ricostruito la sagoma delle Twin Towers.
Due torri fatte di luce.
Per qualche minuto, nel cielo di New York, sono tornate a esserci.
Quante vite racchiuse in quelle luci.
Ho immaginato fra quelle anche la mia, in ricordo di quel viaggio straordinario e di quel ragazzo che amava l’America e che troppo presto ci ha lasciati.
Perché continuiamo a ricordare
Penso alle mie nipoti. A mia figlia. Ai ragazzi che oggi conoscono le Torri Gemelle soltanto attraverso le immagini, i documentari e i libri di storia.
Per loro sono un pezzo di passato.
Ed è forse proprio per loro che dobbiamo continuare a raccontare.
Non per consegnare alle nuove generazioni la paura, ma la memoria.
Perché sappiano che cosa è successo.
Perché sappiano quanto può essere fragile ciò che diamo per scontato.


Vorremmo tenerli al sicuro da tutto.
Dalle guerre, dall’odio, dalla violenza, dalle tragedie che sembrano impossibili fino a quando non accadono.
Non possiamo promettergli che il male non arriverà mai.
Possiamo però dir loro anche l’altra parte della storia.
Quella delle persone che si sono cercate. Che si sono aiutate. Che hanno aperto le porte di casa agli sconosciuti. Che hanno abbracciato chi non conoscevano. Che hanno condiviso il dolore. Che hanno continuato a esserci.
Perché il mondo è anche questo.
È il male terribile di cui l’uomo è capace, certo. Ma è anche la mano che si tende.
È qualcuno che torna indietro per aiutare. È una madre che stringe suo figlio.
È una figlia che ricorda. È una nipote che ascolta una storia cominciata prima della sua nascita.
È l’amore, in tutte le sue forme, che prova ostinatamente a ricucire ciò che l’odio ha distrutto.







