I sorrisi della Cambogia: un viaggio nel viaggio

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La macchina fotografica spesso suscita diffidenza. In altre occasioni, invece, ha un potere immenso. La sola vista dell’apparecchio permette di scavalcare rapidamente il livello superficiale della relazione. Fare un ritratto e mostrarlo subito è come fare un regalo. Un regalo per il quale si ricevono sorrisi di gratitudine.

La Cambogia è stata soprattutto questo: sorrisi. Li ho impressi nel cuore più dei meravigliosi templi di Angkor, ed è con alcuni di loro che voglio raccontarvela.

I sorrisi della Cambogia: monaci ad Angkor Wat

É passato un anno e ho ancora ai polsi i braccialetti di tutte le benedizioni ricevute.
Pur non conoscendone i principi fondamentali, la religione buddista mi attrae così come i monaci nelle loro vesti arancioni, avvolti da quella sorta di aura serenità.

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Cerco sempre di fotografarli con discrezione, senza essere vista, ma ad Angkor Wat è successa una cosa inaspettata. Mentre inquadravo i movimenti di un monaco tra le colonne, un gruppo alle mie spalle faceva lo stesso con me.

Dopo esserci scoperti a vicenda, abbiamo avuto modo di presentarci e scambiare due chiacchiere: non avrei mai detto fossero così socievoli, curiosi e aperti al dialogo! Li ho sempre creduti inavvicinabili, quasi più divini che umani. Dal precedente viaggio in Thailandia sapevo fosse loro proibito toccare le donne, anche solo riceverne un oggetto o un’offerta va contro le regole a cui devono attenersi. Per dargli il biglietto del blog, infatti, ho dovuto prima passarlo ad Enrico; così pure nella foto di gruppo ho mantenuto la distanza contenendo la voglia matta di abbracciarli.

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All’interno del tempio sapevo di un angolo dedicato alla cerimonia di benedizione e quando l’ho visto mi sono subito messa in fila aspettando il mio turno. Per il sacro rituale occorre togliersi le scarpe e inginocchiarsi sul tappetino con i piedi rivolti indietro.

Ho eseguito ogni passaggio con scrupolosa attenzione e anche se non comprendevo le frasi che il monaco ripeteva a bassa voce, ho fatto tutto con un tale trasporto emotivo da commuovermi. Mi sono ritrovata con la testa completamente bagnata dall’acqua profumata di rose – un vantaggio inaspettato visti i cento gradi percepiti – e un braccialetto di cotone legato al polso.

Il sai sin, così si chiama il filo santo, non va tolto, deve cadere da solo.
Guardandolo rivivo l’emozione trasmessa da un sorriso complice, quello di chi ha saputo leggere ciò che c’era nel mio cuore.

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Il villaggio galleggiante di Kampong Pluck

Kompong Phluk è un villaggio di pescatori sul Tonle Sap, il più grande lago d’acqua dolce del Sud-Est Asiatico. La sua particolarità sono le abitazioni costruite su alte palafitte, questo perché durante la stagione delle piogge, il lago raddoppia la sua portata e il livello dell’acqua sale fino a sommergere completamente i pilastri.

Partiti da Siem Reap col nostro driver, abbiamo percorso circa trenta chilometri di strada asfaltata prima di arrivare a quella in terra rossa dell’insediamento periferico.

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Seduti su una barchetta arrugginita impregnata di nafta ci siamo addentrati tra i grattacieli di bambù per osservare una realtà tanto diversa quanto affascinante.

Gli uomini si davano da fare a controllare il contenuto delle reti e disfarne i nodi, le donne sbrigavano faccende domestiche sulla porta di casa, mentre i piccoli abitanti ci salutavano e cercavano di avvicinarsi il più possibile. A conquistarmi maggiormente il timido sorriso di un bambino che stava attraversando una di quelle passerelle fatte a mano con i tronchi, li chiamano ponti-scimmia.

E seppur non mi abbia affatto considerato, ho adorato anche l’intrepido cacciatore di topi sbucato all’improvviso. Teneva sollevato con una corda un ratto grande quanto un gatto poi con un movimento deciso l’ha lanciato nel canale a pochi metri da noi.

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In un andirivieni di imbarcazioni siamo giunti al lago vero e proprio, fatto di silenzio, di barche che in realtà sono case e di piattaforme galleggianti su cui si trova l’intero villaggio.

Nella semplicità più assoluta, sembra proprio non mancare niente.

C’è la scuola, la farmacia, allevamenti di pesci e coccodrilli, addirittura una chiesa.

Gli abitanti sono gentili, sorridenti, in tanti ci hanno invitato ad entrare in casa e la loro sorprendente ospitalità ha cancellato la fastidiosa percezione di sentirci intrusi.

Davanti a quegli scampoli di quotidianità ho capito quanto, in fondo, le nostre vite siano simili.

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I sorrisi della Cambogia: la scuola

Per conoscere meglio l’evoluzione dell’antica architettura Khmer in genere si parte dal sito archeologico di Roluos perché il più antico di Angkor ed è qui che venne ospitata Hariharalaya, la prima vera capitale dell’impero.

I templi di questo complesso, costruiti quasi interamente in mattoni, sono il Preah Ko, con sei torri dedicate agli antenati maschi del re e alle loro mogli, il Bakong dalla forma piramidale a cinque piani e il meno interessante Lolei, composto da quattro torri.

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Ma è proprio visitando quest’ultimo che abbiamo vissuto un momento veramente emozionante. Dietro al sito si trova l’Universal Friendship School For Cambodian Children, un’associazione nata per sostenere ragazzi orfani o di famiglie molto povere di età compresa tra i 5 e i 15 anni.

A gestirla sono maestri volontari insieme ai monaci che vivono nel vicino tempio, in particolare Hun Huok, fondatore e decano della scuola.

Attirati dai canti siamo entrati in aula, muovendoci in punta di piedi per cercare di passare inosservati. Qualche secondo dopo il rumore del mio cellulare caduto a terra ha fatto girare tutti e scendere il silenzio. Mentre gli occhi di Enrico dicevano “sei la solita!” gli altri sembravano piacevolmente sorpresi. Hun dal banco posto come cattedra ci ha fatto cenno con la mano di avvicinarci e ad una sua parola gli alunni hanno ripreso a cantare. Stavolta più forte, più gioiosi, battendo le mani a ritmo e spingendoci a fare altrettanto.

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Nella stanza accanto si stava invece svolgendo la lezione di informatica con Ren. L’insegnante ci ha spiegato l’importanza della formazione aggiuntiva di matematica, inglese, khmer e computer per consentire ai ragazzi un futuro lavoro nel settore del turismo o la possibilità di frequentare l’università, siccome la scuola in Cambogia dura solo dalle 7 alle 10 del mattino.

Se avete in programma un soggiorno a Siem Reap, vi consigliamo di fermarvi a conoscere questi bambini e le persone straordinarie che si occupano di loro, potete lasciare una piccola donazione o farla avere tramite le coordinate bancarie indicate nel sito: www.ufriendshipschool.org

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I sorrisi della Cambogia: mercati locali

Un altro sorriso di cui voglio parlarvi è quello di Cheng. Ricordo il suo nome perché lo aveva ricamato sul vestitino, ma ricordo soprattutto la sua felicità nel vedersi sul display della fotocamera.

Le ho mostrato come usare il ditino per scorrere le immagini e lì ho pensato non ci fosse migliore risposta alla domanda fatta da alcuni amici prima della nostra partenza: perché la Cambogia.

Negli occhi di un bambino si scopre un luogo molto di più che in mille orizzonti diversi.

L’abbiamo incontrata in uno dei tanti mercati locali, quelli che pullulano di cambogiani indaffarati e non di souvenir per turisti. Quelli in cui i gesti, la quotidianità e le abitudini emergono in tutta la loro spontaneità.

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Sotto claustrofobici teli di plastica l’aria sapeva di mille odori diversi: carne avariata, sangue, verdura marcia, spezie, frutta fresca, pesce. Soprattutto pesce. Le donne rannicchiate a terra lo tagliavano ancora vivo col machete e gettavano gli scarti ai randagi in attesa.

Camminavamo cercando di ignorare i topi che gironzolavano beati da un rifiuto all’altro e gli schizzi sollevati dai rigoli d’acqua sporca calpestati.

C’erano quasi più bambini che merce in vendita, correvano ovunque. Tranne Cheng. Alta quanto il pentolone in cui la mamma friggeva dei dolcetti, cercava di aiutarla mettendoli dentro a dei sacchetti trasparenti. Quando ci ha visto è corsa da noi, con il nasino bianco di zucchero e il braccino teso per porgerci la pallina che stava mangiando. Ci donava il suo tutto e come lei altre persone con grande generosità ci diedero pezzi di ananas, noci di cocco e sorrisi a profusione, senza chiedere niente in cambio, quasi a volerci ringraziare per essere lì.

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I sorrisi della Cambogia: templi

Il complesso di Angkor ospita oltre cinquanta incredibili templi e con il pass di 3 giorni (62 $) siamo riusciti a visitarne una buona parte. C’è anche quello giornaliero (37 $) oppure l’abbonamento settimanale (72 $). Vanno acquistati personalmente presso la biglietteria ufficiale del Parco Archeologico di Angkor aperta dalle 5.00 alle 17.30.

Per evitare lunghe file, consigliamo vivamente di andare in biglietteria il giorno prima, oppure di arrivarci mezz’ora prima dell’apertura in modo da essere fra i primi a mettersi in coda.

L’esperienza viene decisamente migliorata se ci si fa accompagnare da una competente guida locale, con noi c’era Bun Von detto “Bond”, che non solo ci ha fornito nozioni storiche e aneddoti unici, ma si è prestato a scattarci millemila foto.

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Come monumenti assolutamente da non perdere c’è l’Angkor Thom, ovvero “la grande città”. Un’area quadrata di tre chilometri per lato e protetta da poderose mura circondate da un fossato molto largo. Sebbene in gran parte distrutte, queste fortificazioni sono tuttora impressionanti e presentano quattro vie d’accesso orientate secondo i punti cardinali più una collegata al Palazzo Reale.

Il ponte meglio conservato è il South Gate, affiancato da statue raffiguranti divinità sulla sinistra e demoni a destra.

Camminando in mezzo ai ruderi viene spontaneo immaginarsi quale magnifica città fosse un tempo con giardini, palazzi, canali, piscine all’aperto e templi. Primo fra tutti il Bayon.

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Una piramide a tre livelli che da lontano sembra solo un ammasso di enormi pietre, poi avvicinandosi lascia senza parole. I bassorilievi descrivono momenti di quotidianità degli antichi Khmers e mescolano vita mondana con elementi mitologici. La caratteristica distintiva del Bayon Temple risiede nella moltitudine di facce scolpite sui quattro lati delle guglie a sezione quadrata.

Nonostante il caldo soffocante e l’umidità a livelli mai toccati prima, saremmo rimasti ore davanti ai dettagli di ciascun volto confrontandone l’incredibile uguaglianza. A seconda dell’angolazione del sole sembrano cambiare espressione, ciò che non cambia è la sensazione di sentirsi osservati passando di lì.

I sorrisi della Cambogia sono anche questi in laterite; enigmatici, misteriosi, eterni, diventati un simbolo insieme alle torri di Angkor Wat.

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Uno dei più affascinanti e in assoluto il nostro preferito è il Ta Phrom. Conosciuto anche come il tempio di Tomb Raider perché vi furono girate alcune scene del film ispirato al celeberrimo videogioco. Le avventure della protagonista Lara Croft, sexy archeologa interpretata da Angelina Jolie, hanno accresciuto la fama del sito e al di là degli effetti cinematografici la spettacolarità del posto non nasconde alcuna finzione.

Si presenta in uno stato di apparente abbandono, in uno stato presumibilmente molto simile a quando venne scoperto dai ricercatori.

Massicce radici inglobano le rovine millenarie, quasi a volerle proteggere. Ogni spiraglio della costruzione si fonde nella vegetazione sino a divenire una cosa sola e tale simbiosi è così avanzata che la morte dell’albero comporterebbe lo sgretolamento dell’intera parte abbracciata.

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Tra i sorrisi della Cambogia impossibili da scordare c’è quello di un’anziana signora seduta in un passaggio stretto, forse pericolante, al riparo dal sole. Se ne stava a gambe incrociate scambiando qualche filo colorato e una preghiera con una piccola offerta.

Nonostante il suo viso fosse segnato da solchi profondi e un velo ne opacizzasse gli occhi, mentre mi annodava il cordoncino ho visto in lei un’estrema bellezza. Una bellezza vera, autentica quella che non sfiorisce con gli anni. Mi ha chiuso le mani nelle sue e regalato il sorriso senza denti più bello di sempre.

«One hundred and three» disse una voce alle mie spalle. Un monaco a piedi scalzi ci rivelò l’età della donna, divertendosi nel vedere le nostre facce sbalordite. Ci chiese da dove venivamo e se ci fosse piaciuto il tempio. Conversammo per un po’ finché prima di salutarci ci rivolse una frase degna di essere condivisa:

«L’uomo distrugge l’ambiente in cui vive pensando di creare cose eterne, ma prima o poi la natura si riappropria dei suoi spazi e il Ta Phrom ne è un esempio».

Pur generazionalmente e geograficamente lontana dalle vicende difficili che hanno scosso il paese, sento di aver in qualche modo carpito la storia che lo ha segnato nel profondo.

La Cambogia arriva al cuore. Offre spunti di riflessione sul proprio mondo interiore e stimola a non fermarsi, a guardare al domani sempre con fiducia e voglia di vivere.

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Leggi anche: Viaggio in Vietnam, Cambogia, Singapore – istruzioni per l’uso

 

I sorrisi della Cambogia: un viaggio nel viaggio ultima modifica: 2020-06-10T11:39:44+02:00 da Elisa & Enrico
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